Nella lotta all’Obamacare c’è tutto lo spirito liberale americano

Per tre giorni a partire da questa mattina l’America punterà gli occhi sulla Corte suprema, chiamata a discutere non già della costituzionalità di un brandello legislativo qualsiasi, ma di quella riforma che oppone visioni del mondo e modelli di società incompatibili: la riforma sanitaria voluta da Barack Obama.
22 AGO 20
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New York. Per tre giorni a partire da questa mattina l’America punterà gli occhi sulla Corte suprema, chiamata a discutere non già della costituzionalità di un brandello legislativo qualsiasi, ma di quella riforma che oppone visioni del mondo e modelli di società incompatibili: la riforma sanitaria voluta da Barack Obama. Per cinque ore e mezza i nove giudici si sforzeranno di prendere una decisione che metta fine alla lunga e contraddittoria serie di sentenze emesse da corti statali e federali nei due anni successivi alla firma presidenziale. Nei meandri dell’Obamacare si annidano decine di potenziali contraddizioni che si appigliano a cavilli giuridici passibili di interpretazione, ma al cuore dello scontro c’è l’“individual mandate”, cioè l’obbligo per ogni americano, decretato dal Congresso e controfirmato dal presidente, di acquistare un’assicurazione medica.
Lo stato, nell’ottica obamiana, diventa così non tanto l’erogatore diretto del servizio sanitario, modello europeo inaccettabile per lo spirito mercatista con cui l’America regola anche la sanità, ma il regolatore di un mercato assicurativo a regime controllato: dal 2014 le compagnie assicurative non potranno rifiutarsi di stipulare una polizza invocando una “pre-existing condition” – una condizione clinica che rende probabile se non certo il ricorso a trattamenti medici nel futuro – e il premio non potrà superare una certa percentuale del reddito del cliente. Stabiliti i paletti per la compravendita, tutti saranno obbligati ad avere un’assicurazione e chi si rifiuta andrà incontro a pesanti sanzioni. Paradossale per la logica americana: si verrà multati per un reato inattivo, una pura passività. Il fine ultimo della riforma, scrivono David Rivkin e Lee Casey, due avvocati del dipartimento di Giustizia di Bush in prima linea per la revoca della riforma, è quello di “obbligare i giovani e i lavoratori sani della middle class a pagare per la copertura sanitaria di chi ne ha più bisogno”. Il che suona come uno stringato riassunto del modello di welfare europeo: ma questa non è l’Europa.
Ci sono decine di obiezioni di taglio finanziario all’impostazione obamiana (i costi sono insostenibili, farà aumentare le tasse, induce sprechi ecc.), ma ridotta nei suoi termini culturali e filosofici la contesa si riassume così: può lo stato americano obbligare i cittadini ad acquistare un qualsivoglia prodotto, anche se paternalisticamente orientato al bene di chi lo acquista? In termini più espliciti: può la “land of the free”, il crogiuolo della libertà individuale, la linea di difesa contro gli eccessi della regolamentazione statale sui beni che pertengono al singolo, obbligare tutti – con pochissime eccezioni – ad aderire a un sistema sanitario nazionale de facto? La risposta, da un punto di vista costituzionale e della legislazione ordinaria, è no. La Costituzione limita il potere del governo federale ed elenca in modo preciso in quali forme il Congresso può regolare la vita dei cittadini. Sugli altri aspetti vige l’autorità dei singoli stati o di altre forme di rappresentanza, le quali si rapportano all’autorità federale nello spirito del controllo reciproco. Ciò che è chiaro è che Washington non può obbligare gli americani a comprare un’assicurazione, per lo stesso motivo per cui non può obbligarli ad acquistare un’automobile costruita in America (cosa che pure gioverebbe all’economia interna). Il principio è semplice: “La Costituzione subordina l’efficienza alla libertà”, scrivono Rivkin e Casey.
E’ per evitare le obiezioni più ovvie che l’accorta stesura della legge, comodamente riassunta in oltre un migliaio di pagine, prende una strada legale piuttosto tortuosa per legittimare se stessa, quella commerciale. A partire dal 1887 l’autorità federale ha dilatato i suoi poteri nel controllo del commercio fra i vari stati della federazione: i legali di Obama hanno semplicemente stabilito che la faccenda assicurativa rientra sotto la categoria dei problemi commerciali per attribuire a Washington la competenza. Per questo i giudici della Corte non saranno chiamati a scegliere fra alternative chiare, ma tutto si gioca in una zona grigia fatta di attribuzioni di competenze e limiti fra poteri. Ci sarebbe stata un’altra via per riformare la sanità in senso universale senza obiezioni: bastava introdurre nuove tasse ed estendere il sistema sanitario nazionale. Soluzione semplice, certo, ma politicamente folle per Obama, che si sarebbe trovato l’America in piazza, a cominciare dai liberal, altro che Tea Party.
Questo è il paradosso politico della faccenda. Per estendere la copertura sanitaria, l’Amministrazione democratica ha finito per avallare una violazione della libertà personale cara innanzitutto ai progressisti. E non solo: chi sostiene da posizioni di sinistra radicale (o europea) la riforma di Obama è costretto a uccidere lungo la via i principi di libertà personale a cui si ispira la sinistra americana, quella garantista sui diritti civili e scettica verso gli eccessi dello stato.
Non c’è bisogno di invocare i padri fondatori per afferrare che lo spirito di libertà individuale non è un’esclusiva dei conservatori. La riforma sanitaria è stata contestata in 26 stati, con consensi bipartisan e sentenze contraddittorie firmate da giudici di affiliazione democratica e repubblicana; sette minuti dopo l’apporvazione della legge tredici procuratori in Florida hanno depositato la richiesta di revoca. Da lì è iniziata la sollevazione legale per dimostrare che l’Obamacare viola la lettera e lo spirito dei principi sui quali l’America è nata e si sostiene. La sessione straordinaria della Corte mette di fronte le diverse sensibilità dei giudici: i conservatori sulla carta sono in maggioranza, ma dovranno argomentare senza l’ombra del ragionamento politico; la posizione poi del presidente della Corte, John Roberts, è imperscrutabile, così come lo è, ma dal punto di vista democratico, quella di Anthony Kennedy. Rimane aperta anche la terza via: giudicare insufficiente il dossier legislativo accumulato nei singoli stati e rimandare tutto.